Luciana Nissim

Nato a: Torino (TO) il 20 ottobre 1919
Di: Davide e Cesira Muggia
Professione: psicoanalista
Arrestato a: Brusson (AO) il 13 dicembre 1943
Deportato a: Auschwitz il 22 febbraio 1944 (numero di matricola 75689)
Morto a: Milano (MI) il 1 dicembre 1998

La ricerca documentaria, la selezione delle fonti, il racconto della Vita di Luciana Nissim sono stati curati da Victoria Musiolek, ricercatrice incaricata dalla Fondazione 1563 per l’Arte e la Cultura della Compagnia di San Paolo.

Il progetto è aperto al contributo degli utenti: chi fosse in possesso di informazioni, documenti, fotografie utili a raccontare la vita di Luciana Nissim può scrivere a le-case-e-le-cose@fondazione1563.it

19 luglio 1945

Richiesta di restituzione della casa al n. 63 di contrada Gio e Zo, regione Montarì, a Graglia (Biella)

Al 19 luglio 1945 risale la lettera firmata da Davide Nissim e inviata alla succursale dell’Istituto di San Paolo con sede a Biella, nella quale il mittente chiede che gli venga restituita la casa assieme ai terreni attigui di sua proprietà “a suo tempo requisiti o confiscati”. L’indirizzo apposto nell’angolo superiore delle lettera fa intuire che l’abitazione, a cui si riferisce e oggetto della richiesta non corrisponda a quello della sua residenza.
La palazzina chiamata “Casa Rigletti” a Biella, in via Vittorio Emanuele 25, è l’abitazione dove Davide si è trasferito assieme alla moglie e alle tre figlie (tra cui Luciana Nissim) da Torino, mentre l’altra proprietà, acquistata da lui ancora nel 1943 e indicata come “casa rustica” nell’annotazione aggiunta posteriormente a penna rossa da uno dei funzionari dell’Istituto, era ubicata a Graglia, regione Montarì, in provincia di Vercelli.
Ecco come la località viene descritta da uno dei periti incaricato di redigere il verbale prima che il bene venisse confiscato: “Graglia è nota borgata di carattere montano e prevalentemente agricola […]. Da Graglia si sale poi per mezzo di comoda strada provinciale al ben conosciuto Santuario. […] Prima di giungere al Santuario si arriva nella frazione di Montarì, alla quale appartiene il Casale Giò. Alle prime case della Frazione Montarì e precisamente di fronte alla panetteria, scende un viottolo (passaggio comune) a gradini che porta al gruppo di case sparse che costituise [sic] il Casale Giò, una delle ultime costruzioni è quella in oggetto”.

Autore: Victoria Musiolek

Fonte: Archivio storico della Compagnia di San Paolo, III, Gestioni Egeli, 1052

21 febbraio 1944

Lettera d’addio: ultimo saluto dal campo di Fossoli a Franco Momigliano

Una lettera, un documento, una testimonianza sono tutti i sostantivi che possono essere attribuiti allo scritto trasmesso da Luciana dal campo di Fossoli che, seppur indirizzato all’amica Bianca Guidetti Serra, è chiaramente rivolto al suo compagno e poi marito Franco Momigliano.
Il foglio di carta ingiallito acquisisce importanza considerando il momento e le circostanze della scrittura; una scrittura affrettata di chi voleva comunicare molte cose. “Ricordati di me, ricorda come credevo nelle cose alte e vere, come desideravo il giusto e il buono. […] Ora basta. Già una volta, quando ne ho avuto il sospetto, ti ho detto che ti trasmettevo la fiaccola. Ora è sicuro. […] –, scrive Luciana e poi conclude – Tu non soffrire – dolce lontano amore di un tempo! Grazie di quello che sei stato. Io me ne vado. Ricorda questa data”.
Le ultime parole “ricorda questa data” risuonano come un ammonimento da parte di Luciana, consapevole di andare incontro a una sorte incerta, come un saluto, forse l’ultimo. La data riportata è il 21 febbraio, siamo all’indomani della partenza del convoglio con destinazione Auschwitz.

Autore: Victoria Musiolek

Fonte: Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea ‘Giorgio Agosti’, Archivio privato di Luciana Nissim Momigliano (ALNM), carte varie

26 ottobre 1946

“Una famiglia laica” nei ricordi del figlio Alberto

«Che noi fossimo una famiglia laica, non era neanche in discussione», racconta Alberto Momigliano, figlio di Luciana e Franco.
«Come diceva mia madre, mio padre non credeva neanche nell’inconscio – presa di posizione ironica dati i livelli di ipocondria che sfoggiava. Una leggenda famigliare narrava che mio padre avesse scambiato i sintomi di una banale periodontite per la TBC e avesse passato sei mesi in un sanatorio svizzero. Nel suo laicismo, in retrospettiva, io ci vedo anche un desiderio per me di assimilazione, o forse solo un tentativo di non farmi notare, in un eventuale ritorno dell’antisemitismo […].
Quando morì nel 1988, la linea di famiglia era che mio padre sarebbe sopravvissuto nei suoi libri e dall’ebraismo ereditammo solo l’idea di un funerale sobrio e partecipato. Laico, ovviamente. Negli ultimi anni trovai in casa dei libri di Bhagwan Raineesh che mia madre aveva acquistato, ma non sono sicuro li avesse veramente letti. Forse era solo incuriosita dal personaggio, o forse era una di quelle sue prese di posizione impertinenti da Pierino, come quella volta che nell’intervista alla Spielberg Foundations definì la deportazione come “un viaggio d’amore”. E così come nella sua ultima intervista a “Diario” pochi mesi prima di morire, si diceva pronta ad “andare a vedere cosa c’era dall’altra parte”. Invece del Kaddish, chiese che io leggessi una poesia di Caproni, il Congedo del viaggiatore cerimonioso che termina con “Io sono giunto alla disperazione calma, senza sgomento/Scendo. Buon proseguimento”».
Sul tema della scelta religiosa della famiglia si trova traccia in una lettera scritta da Franco Momigliano al futuro suocero Davide Nissim datata 24 ottobre 1946.

Autore: Victoria Musiolek

Fonte: Archivio privato famiglia Momigliano

La passione di Luciana per la montagna

Una delle passioni di Luciana è la montagna. È lì che può sentirsi libera, per lei non è un rifugio, ma piuttosto un ambiente in cui sentirsi se stessa. Lo stesso ambiente, la montagna, nel 1943 aprirà un nuovo capitolo nella sua vita, nel quale l’espressione “andare in montagna” assumerà tutt’altro significato: quello resistenziale.
“La fiaccola” menzionata nella sua lettera a Franco è allo stesso tempo il simbolo del Partito d’Azione di cui Luciana fa parte e il sinonimo di un impegno morale e sociale, della responsabilità che ne derivava e dell’attività resistenziale intesa come lotta di principio e di fatto.
Il suo nome non è presente nella banca dati del partigianato, probabilmente questo è dovuto al fatto che non sapeva di poter richiedere la qualifica partigiana o, semplicemente, non ci teneva molto: la Resistenza era un compito che andava fatto, un dovere e non un merito.

Autore: Victoria Musiolek

Fonte: Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea ‘Giorgio Agosti’, Archivio privato di Luciana Nissim Momigliano (ALNM), carte varie

Memorie di Auschwitz, una “casa morta”

Al suo rientro a Biella, Luciana ancora più consapevole del valore della vita e della libertà, due elementi che hanno acquistato tutt’altro significato nell’ottica di una sopravvissuta ad Auschwitz, sceglie di dedicarsi alla famiglia e al lavoro. Non vuole rimarcare il passato, cedendo il ruolo del testimone per antonomasia al suo caro amico e compagno di deportazione Primo Levi. A una sola eccezione: in seguito alla sua liberazione Luciana decide di affidare alla parola scritta l’estrema esperienza del Lager. Ricordi della casa dei morti, titolo chiaramente di tradizione dostoevskiana, non a caso vengono pubblicati dal piccolo editore Ramella nel volume Donne contro il mostro nella collana “Documenti” sotto n. 1. Si tratta di una delle prime e precoci testimonianze in assoluto risalente al 1946. Insolita e curiosa la scelta, quella di affiancare allo scritto le memorie della polacca Pelagia Lewińska tradotte dalla versione francese Vingt mois à Oswiecim (Oświęcim. Pogarda i triumf człowieka. (Rzeczy przeżyte) è la versione polacca sempre uscita a Parigi). In copertina leggiamo: “Donne della straziata Europa chiuse nell’allucinante inferno di Oswiecim [sic], che riaffermano gli ideali eterni dell’umanità”.

Autore: Victoria Musiolek

Fonte: Luciana Nissim e Pelagia Lewinska, Donne contro il mostro, Ramella, Torino 1946

3 luglio 1998

Il “rinnovato” dovere di testimoniare

“Credo che bisogna testimoniare. Per tanti anni non l’ho fatto, pensavo [che] lo faceva Primo Levi molto meglio di me, io facevo l’analista ed era importante far bene il lavoro che facevo. Da quando è morto Primo mi è sembrato più necessario parlare, ché oramai non c’era più lui. E credo che, appunto, essendo in tarda età sia importante lasciare una testimonianza. E questa cosa della Spielberg Foundation sia abbastanza importate […], fra questi migliaia di testimonianze, ‘ci stava anche la mia’, ho pensato […].
Io amo pensare che ho girato pagina, che è stato un libro dell’orrore, ma che ho chiuso e ne ho incominciato un altro della leggerezza e dell’amore. […] Penso, fra le varie fortune che ho avuto, anche quella di riuscire a girare la pagina, sì.
Io sono venuta via da Auschwitz, non sono più là”.

Autore: Victoria Musiolek

Fonte: USC Shoah Foundation, Visual History Archive Online, Intervista a Luciana Nissim Momigliano

Bibliografia

Alessandra Chiappano (a cura di), Luciana Nissim Momigliano. Ricordi della casa dei morti, Giuntina-Istoreto, Firenze-Torino, 2008
Alessandra Chiappano, Luciana Nissim Momigliano: una vita, Giuntina, Firenze, 2010
Luciana Nissim e Pelagia Lewinska, Donne contro il mostro, Ramella, Torino 1946
Marcello Pezzetti (a cura di), La liberazione dei campi nazisti, Catalogo della mostra presso il Complesso Monumentale del Vittoriano (28 gennaio-15 marzo 2015), Gangemi Editore, Roma, 2015

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