Evelina Valabrega

Nato a: Torino (Torino) il 17 marzo 1907
Di: Pacifico e Ida Moresco
Professione: casalinga
Arrestato a: Montagnana (PD)
Deportato a: Auschwitz

La ricerca, il racconto della vita e la redazione dei testi su Evelina Valabrega pubblicati nell’ambito del progetto Le Vite di Le case e le cose è a cura di Daniela Levi e Eva Vitali Norsa.

Il progetto è aperto al contributo degli utenti: chi fosse in possesso di informazioni, documenti, fotografie utili a raccontare la vita di Evelina Valabrega può scrivere a le-case-e-le-cose@fondazione1563.it

1943

La famiglia Valabrega Jachia

Nel 1943 Evelina Valabrega, vedova di 36 anni di Salvatore Jachia, abitava in Via Baretti 31 con i suoi quattro bambini, Pasqua, nata il 30 agosto 1932 di 11 anni, Anselmo nato l’8 novembre 1934 di 9 anni, Ercole nato il 4 aprile 1936 di 7 e Ida nata il 17 novembre 1937 di 6 anni, tutti nati a Torino. Il marito era deceduto a 38 anni per insufficienza cardiaca il 13 febbraio dell’anno precedente. Con lei vivevano anche il fratello Umberto Valabrega di 33 anni e la nonna Ida Moresco di 66 anni. Il tenore della loro vita era molto modesto, la madre dei bimbi era cameriera a ore, mentre lo zio era fattorino disoccupato

Autore: Daniela Levi, Eva Vitali Norsa

Fonte: Archivio Famiglia Germana Morello

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3 maggio 1944

"Si è allontanata lasciando insoddisfatto il fitto"

Prima della fuga da Torino nel dicembre del 1943 abitavano tutti insieme in via Baretti 31 in un alloggio in affitto al 3° piano. In una lettera datata 3 maggio1944 all’Istituto di San Paolo, gestore dei beni sequestrati, la proprietaria comunica che Evelina Valabrega, affittuaria di “razza ebraica”, si è allontanata senza pagare le rate di gennaio, febbraio e marzo. In realtà stupisce che sia stato pagato il fitto di dicembre, quando la famiglia fuggita da Torino, già dal 13 dicembre 1943 risulta rifugiata a Montagnana in Via Decima 3. Dall’elenco dei beni requisiti si deduce la povertà in cui vivevano queste sette persone.

Autore: Daniela Levi, Eva Vitali Norsa

Fonte: Archivio storico della Compagnia di San Paolo, III, Gestioni Egeli, 514

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1943

Fuga da Torino, dal diario di Bruno Valabrega

Presumibilmente verso i primi del mese di dicembre 1943 Evelina con la madre, i quattro bambini, il fratello Umberto e anche con i fratelli Anselmo, Guglielmo e le rispettive famiglie partono da Torino in treno per Trieste come risulta dalla memoria di Bruno Valabrega, figlio di Guglielmo. Vicino a Milano il treno si ferma per un bombardamento, Guglielmo e famiglia riescono a fuggire e ritornare a Torino. Anselmo Valabrega, nato a Torino il 2 maggio 1902, viene arrestato a Milano dai tedeschi, detenuto nel carcere di San Vittore, quindi portato nel campo di Fossoli, deportato da Verona il 2 agosto 1944 ad Auschwitz (convoglio 14), deceduto a Mauthausen il 20 novembre dello stesso anno. Evelina, la mamma Ida, il fratello Umberto e i 4 figli, invece, arrivano, per motivi ignoti, a Montagnana (Padova) il 13 dicembre 1943, stabilendosi in via Decima 3.

Autore: Daniela Levi, Eva Vitali Norsa

Fonte: Archivio Famiglia Bruno Valabrega

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15 dicembre 1943

Prime notizie sull'arrivo della famiglia a Montagnana inoltrate alla Prefettura di Padova

Il 15 dicembre 1943 il Podestà di Montagnana scrive alla prefettura di Padova che “la famiglia di ebrei sfollati da Torino non possiede né beni mobili né immobili e ha finora vissuto dei soccorsi corrisposti dalla Comunità israelitica di Padova”. Il 20 dicembre 1943 la Tenenza di Montagnana, legione territoriale dei Carabinieri di Padova, comunica alla Questura di Padova che una famiglia di sfollati da Torino risiede dal 13 dicembre in Montagnana, via Decima 3 elencandone tutti i componenti.

Autore: Daniela Levi, Eva Vitali Norsa

Fonte: Archivio Storico del Comune di Montagnana, Busta 254, 1943

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24 dicembre 1943

Nel campo di concentramento di Vo' Vecchio

La notte tra il 23 e il 24 dicembre 1943 l’intera famiglia viene arrestata dalla Guardia nazionale repubblicana e portata al campo di concentramento di Villa Contarini Giovanelli Venier a Vo’ Vecchio, a pochi chilometri da Montagnana, nel centro del paese. La Villa Contarini Venier, edificio costruito nel Settecento, ospitava delle suore elisabettine sfollate dal capoluogo; nel dicembre 1943 venne sequestrata dalla Repubblica di Salò e divenne un campo di concentra-mento per le province di Padova e Rovigo. Fu uno dei primi a entrare in funzione in Italia sulla base dell’ordinanza n. 5 del 1943 nella quale veniva stabilito di inviare tutti gli ebrei residenti nel territorio nazionale in 31 campi di concentramento, con espropriazione di tutti i loro beni. All’epoca la villa era di proprietà del commerciante Sirio Landini, che l’aveva concessa in affitto alle suore. Fu usata come campo per sette mesi e vi furono imprigionate fino a una settantina di persone. La direzione del campo era affidata a personale di polizia italiano mentre le suore si occupavano della gestione della cucina. Gli abitanti inizialmente potevano avere contatti con i prigionieri e i bambini avevano il permesso di uscire dai cancelli. Nell’archivio parrocchiale di Vo’ Vecchio si conserva una memoria del parroco don Giuseppe Raisa che ricorda: “Tra gli internati vi erano persone di varie età e condizioni sociali. Uomini e donne, gioventù maschile e femminile, tre fanciulli dai 7 ai 10 anni [in realtà erano 4 tra cui Ida Jachia di anni 6] figli di una vedova poverissima, macilenti, mal sviluppati”. Il campo fu smantellato nel luglio 1944 con la deportazione delle 47 persone presenti: il 17 luglio furono tutti trasferiti dai tedeschi su due camion a Padova. Don Giuseppe Raisa scrive: “Prima di partire gli hanno tolto tutto , anelli, soldi, orologi, tutto quello che avevano addosso. Anche i vestiti. Hanno detto che quello che avevano addosso bastava. Hanno fatto l’appello. E poi via con i camion”.

Autore: Daniela Levi, Eva Vitali Norsa

Fonte: Fotografia Eva Vitali Norsa (2021)

17 aprile 1961

La deportazione

Il 17 luglio 1944 gli ebrei presenti nella villa vengono portati via. Le donne e i bambini sono rinchiusi nel carcere dei Paolotti, gli uomini nella casa di pena di piazza Castello a Padova. Vi trascorrono due giorni, poi nella notte due camion, uno per gli uomini, l’altro per le donne e i bambini, li conducono a Trieste nella Risiera di San Sabba e da qui il 31 luglio partono sui carri bestiame (convoglio T33) diretti ad Auschwitz dove arrivano il 3 agosto. Dei 47 ebrei internati a Vo’ solo 3 sopravvissero, tra cui Sylva Sabbadini che lascia testimonianza della morte di Ida Moresco, di Umberto e dei 4 nipotini all’arrivo, Evelina Valabrega risulta invece deceduta in luogo e data ignoti. Nel 1961 il fratello di Evelina, Guglielmo, chiede informazioni alla comunità israelitica di Torino riguardo alla sorte di sua sorella e dei suoi famigliari, ma non ci sono ulteriori notizie rispetto a quelle del 1945.

Autore: Daniela Levi, Eva Vitali Norsa

Fonte: Archivio Ebraico Terracini, Comunità Ebraica di Torino, Versamento 2006, u.a. 334

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Bibliografia

Baina Maura, Manzo Luciana, Peirone Fulvio,Torino tra leggi razziali e resistenza civile, Archivio Storico della Città di Torino, Torino 2019
Educandato Statale San Benedetto Montagnana, Per non dimenticare Montagnana - Auschwitz
Levi Daniela Cosetta, Vitali Norsa Eva, Evelina Valabrega e i suoi bambini, in HA KEILLAH, MARZO 2022 ANNO XLVII-232 ADAR 5782
Maida Bruno, I luoghi della Shoah in Italia, Edizioni del Capricorno, Torino 2017
Maida Bruno, La Shoah dei bambini. La persecuzione dell’infanzia ebraica in Italia 1938-1945, Einaudi, Torino 2019
Picciotto Liliana, Il libro della memoria. Gli Ebrei deportati dall'Italia (1943-1945), Mursia, Milano 2002
Selmin Francesco, Nessun “giusto” per Eva. La Shoah a Padova e nel Padovano, Cierre, Verona 2012
Selmin Francesco, Il capretto e l’Angelo della morte. Il canto dei bambini da Vo’ ad Auschwitz, Cierre, Verona 2020

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